Estetizzazione dell’ irrazionale? - Archiwatch

Lunedì, 15 Luglio, 2013 - 14:45

 

Quest’anno, dopo molte riflessioni e dubbi, l’Ufficio Erasmus/Relazioni Internazionali di Brera ha partecipato a Biennale Sessions, un programma di biglietteria educational riservato alle istituzioni universitarie, per presentare un focus su quei progetti di artisti provenienti da Brera che si sono fatti apprezzare nelle diverse edizioni delle Biennali veneziane e non solo.

Abbiamo parlato dunque, di artisti giovani, molti dei quali erano ancora studenti al momento dei primi importanti riconoscimenti, giovani che, immersi nelle logiche della ricerca e della poetica, hanno testimoniato nel corso degli anni con il loro lavoro di un humus braidense, fertile, di un ambito culturale polimorfo, di una pluralità di linguaggi sempre all’insegna di uno smodato amore per l’arte e per la libertà.

Queste generazioni di artisti hanno anche testimoniato di una relazione esistente fra arte e didattica dell’arte, (tema caro alla migliore tradizione italiana) da Arturo Martini a Gastone Novelli, da Nicola Carrino a Sergio Lombardo, da Luciano Fabro ad Alberto Garutti,  a Diego Esposito a Vito Bucciarelli, che le cronache spesso dimenticano, trascurano o minimizzano, dimenticando che la trasmissione di sapere e non i numeri o il profitto, rappresentano la vera missione di ogni istituzione didattica di QUALITÀ.

Dalle aule di Brera, a prescindere che le aule fossero di Pit-l tura, Scultura, Terapeutica Artistica etc, negli ultimi anni sono usciti artisti interessanti come Vanessa Beecroft, Su Koung Bang, G.L.A.C. Gruppo latinoamericano di arte contemporanea, Fedra, Elisabetta Ingino, i fratelli Xhi Xha, Laura Cazzaniga, Elisa Franzoi,  Davide De Merra, Y Liver, Xhi Xha, Nina Voets, Alain Urrutia… Artisti che si sono distinti ciascuno a suo modo, nella riceca artistica.

Sappiamo che nell’Aula Uno prima di Luciano Fabro e poi di Alberto Garutti si sono formate generazioni intere di artisti straordinari, da Liliana Moro a Mario Airò, da Gianni Caravaggio a Bernhard Rüdigher a Marcello Maloberti. E naturalmente Lara Favaretto, Giuseppe Gabellone, Paola Pivi, Patrick Tuttofuoco, Roberto Cuoghi, Petrit Halilaj…

La serie infinita di artisti formati a Brera rappresenta il segno evidente di una certa vitalità che la Scuola Pubblica ha ancora nel produrre e riprodurre processi e interventi capaci di cogliere l’attualità della ricerca in arte, ben oltre i limiti del mercato, le miserie della politica o le mode. Questa Biennale, che vede tanti di questi artisti esporre, presenta al Padiglione della Santa Sede anche lavori di Paolo Rosa, protagonista di Studio Azzurro ma anche motore della Scuola di Nuove Tecnologie di Brera, e ancora al Padiglione Italia opere (dell’indimenticabile) Fabio Mauri e di Gianfranco Baruchello, che sono stati tra i docenti (insieme al sottoscritto, a Nicoletta Braga, a Vito Acconci, Mauro Folci,  Beppe Dematteis, Juan Jose Lahuerta, Giorgio Muratore, Franco Farinelli ecc.) dell’unico post lauream gratuito interfacoltà mai realizzato nella storia europea, promosso dall’Accademia di Brera, da Architettura Roma Tre, da Valle Giulia e Beni Culturali Viterbo dal titolo Arte Architettura Territorio, prodotto tra il 2006 e il 2008 e presentato nei Padiglioni Francia, Venezuela e Italia delle Biennali Architettura di quegli anni dirette rispettivamente da Burdett e Betsky(con Emiliano Gandolfi).

La presentazione in Biennale Sessions ha illustrato questo  articolato percorso, presentando lavori storici come quelli del Maestro brasiliano Antonio Manuel o la nuvola del Centro Congressi Italia all’Eur di Fuksas, ma anche le cupole per le piazze indignate di Atene e i lavori nella rete spagnola di arquitecturas colectivas, proseguendo con Cantieri d’arte, con i carteles negros di Sierra, con i lavori che il collettivo sos workshop ha presentato nella Metaville di exyzt! nella Biennale Architettura 2006 al Padiglione Francia, diretto allora da Patrick Buchain, poi la performance cuestion de pasta di Fausto Grossi,  la rassegna video Libertà Politica Territorio di com.plot s.y.s.tem al Padiglione Bolivariano del Venezuela diretto da Juan Pedro Posani, sempre nel 2006, e la performance arquetipos imaginarios y mitos del 2008. Lo stesso collettivo sos workshop ha presentato nella scorsa edizione arte, al Padiglione Accademie, un lavoro molto interessante, spazi sensibili, che all’installazione affiancava azioni, letture, discussioni che hanno visto intervenire tra gli altri Emanuela Fornari di Roma Tre, Antonio Gomez Villar della Università Pompeu Fabra di Barcelona, Claudio Giorno della rete No Tav, a discutere di come la linea di confine, la barriera, disegna lo spazio in modo ambiguo, ambivalente, e alla fine nessuno sa più veramente, chi sia veramente dentro o fuori la gabbia.


Il tema di una pluralità di linguaggi e poetiche oltre ogni forma data, che poi sarebbe stato quello della Biennale, Il Palazzo Enciclopedico, era stato intuito, inconsciamente anticipato, presentato in scala ridotta alla fine del 2012 nella Notte dei Musei a Delft, con un palazzo storico allestito in forma di Wunderkammer con opere di Santiago Sierra, Democracia, Karmelo Bermejo, Juan Pablo Macias, Escuela Moderna/Ateneo Libertario, Alain Urrutia, sos workshop, BreRaum e altri, con interventi di Lorenzo Benedetti e Paolo Martore del Neccar ma in una scala e con intenzioni molto molto diverse…


La scala proposta in quella sede olandese, guardava anch’essa all’intimo e al privato, coniugato all’ARTIVISMO, alla politica, alla società, ai collettivi, all’anarchia, al comunismo libertario, all’anticapitalismo.. quindi sempre in chiave rivendicativa e politica. Ci domandiamo invece visitando questa Biennale, se l’apertura del curatore all’estetica e all’estetizzazione delle <straneze> del irrazionale e dell’irrazionalismo, non preluda e in qualche modo strizzi l’occhio, a quell’ irrazionalismo politico che ogni giorno, prepotentemente ci si fa incontro.

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